Homelands, una notte dance nel cuore della campagna inglese di inizio millennio

Homelands, una notte dance nel cuore della campagna inglese di inizio millennio

Home è musica. Home è tendenza. Home è Londra Y2K. 7 piani. 3 piste.
E poi bar, ristorante e priveé.

Homelands è il rave di Home. Un techno-weekend nel sud dell’Inghilterra.
Oltre 40000 teens, ex-teens, trendy-techno warriors e studenti di liceo, splendide mulatte e sporadici continentali vogliono vivere, sudare, ballare l’evento figlio dei rave ‘early ‘90s’ e della grandeur del nuovo millennio: techno&businness. Sold out da giorni.
Ma io ci sono, e il resto non conta.

13 stages, oltre 100 DJs e gruppi: la santificazione della dancemusic.
Dentro, un casino: dove diavolo suonerà Paul Van Dyk? Vediamo di capirci qualcosa. Chiedo. Di fianco
allo stand BudIce vendono il programma. Bello, placca in metallo – tipo soldatochevainguerra – con una cordicella – tipo passperospiteillustre -: dà un certo senso di importanza, ma l’hanno tutti per 5 pound – una rapina – ma almeno ora mi oriento meglio. Fino a domattina non avrò respiro!
Sono pronto!
Gironzolo e cazzeggio per un po’, voglio vedere tutto – c’è anche il lunapark – tipo festapaesana – e le bancarelle esistono anche da queste parti. Alle 5 (PM) suona Moby!
La Ericsson Arena è piena e il DJ/musicista del Bronx una molla! (Figurati, fino a pochi mesi fa non se lo cagava nessuno, ora è un dio).
Energia a valanga, tecno&melodia, ma la voce… bé se avesse anche quella rimarrebbe nella storia assieme a Beethoven, i Beatles, Hendrix…
Il pubblico, comunque, lo osanna.
Soddisfatto sorseggio il primo – e stranamente buono – caffè: alla fine saranno 6.

Mi butto nella tenda Drum&bass, sento che il vibe è notevole, ma mi aspetta Ian Brown nel main stage.
Chissà quali strani percorsi hanno portato l’ex Stone Roses da queste parti, ma non doveva succedere: grossi problemi d’impianto ed una voce da infimo pianobar (ma quanto stona questo?!!) fanno rimpiangere i tempi di Made of Stone. Un sondaggio afferma che i giovanissimi non sanno neanche chi fossero gli Stone Roses (sic transit gloria mundi) e intanto l’arena si va riempiendo, già, sta per suonare Paul Oakenfold thebestDJintheworldever, lui sì grande icona di questa generazione. ‘OAKEY’ ‘OAKEY’. Lo schermo gigante lo inquadra nel preparare dischi e impianto: un boato!
Ian Brown ci lascia con un’agghiacciante cover di Billie Jean (Michael Jackson)…
Oakenfold non aspetta: la sua uprising melodic trance ipnotizza migliaia di anime elevandole al dio della techno – la celebrazione di un rito che nasce con l’uomo stesso – il ritmo ti prende e ti guida. Non mi convice, penso che il concerto di Reprazent possa essere più stimolante.
Lo é.
Il gruppo Drum&bass di Bristol sfodera un liveact ispirato e potente, non riesco a stare fermo, l’anima nera che ha generato la Jungle vuole che mi unisca al rave che si accende attorno. Ci metto un secondo.
Di corsa volo alla main arena. Leftfield. Da 5 anni attendo questo momento e non sono l’unico.
Fatico ad entrare nella immensa tenda mentre qualcuno, evidentemente disturbato da tanto casino, ha ben pensato di scatenare il diluvio universale. Noncurante del torrente di melma che scorre sopra le nostre scarpe, il duo londinese parte, lowtohigh, con consumata esperienza. Poco a poco il micidiale mix di techno, dub e ragga decolla increasingtheenergy: non riesco a rimanere distante, con la testa, le gambe, il cuore mi immergo nel flusso potente, a volte melodico, di una musica figlia della Londra multirazziale di fine millennio, le esperienze, le culture, i suoni di tanti mondi racchiuse nei– questavoltacaldie(forse)conuncuore – microchip.
La diluviante notte inglese è spietata per noi continentali, cerco un po’ di caldo nella RadioONE Arena dove i migliori DJ europei (ma dove erano gli italiani?) si alternano alla guida di un popolo festante.
Pete Tong e Sasha&Digweed mi accompagnano all’appuntamento con la storia del rap: i Public Enemy sono l’unica vera espressione USA presente. Il carisma e l’esperienza della band mi travolgono anche se normalmente poco incline alle cadenze delle posse d’oltreoceano!
Sono le 2. Paul Van Dyk promette un set di 4 ore. Non resisterò così a lungo. Ma il sound è eccitante e penso che oggi un DJ sia un vero musicista, e il mixer e i piatti il suo strumento. Strani pensieri di un mattino che non è ancora e di una notte che non è più. Devo togliere i piedi dal fango. Fortuna che le caterpillar hanno fatto il loro dovere. Bevo un redbull, ne ho bisogno.
Lo stand Bacardi ha anche il pavimento. Sono salvo. Caldo. Drappi rossi, giallo e arancio adornano il soffitto, evocano altri lidi e altre situazioni. Cuba? Ibiza? L’impianto suona softhouse – Balearic Sound – , il ritmo è latino e caliente. Non so come riesco ancora a ballare con voglia e passione.
Sta albeggiando. 2 Km di pioggia e fango mi separano dai bus-navetta. Tutti in fila, ordinati attendiamo il passaggio per la stazione mentre la scura alba inglese ci racconta di un’altra giornata di pioggia.
Guardo la placca-gadget: il technowarrior Cater torna a casa ammaccato ed eccitato.
E ripartirebbe all’istante.

[Originariamente pubblicato su ALTO n°4 – 2000]

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Sommario
Homelands, una notte dance nel cuore della campagna inglese di inizio millennio
Titolo
Homelands, una notte dance nel cuore della campagna inglese di inizio millennio
Descrizione
All'alba del nuovo millennio, in Inghilterra, la fusione tra i festival "Glastonbury style" e i rave party del decennio precedente generarono il breve fenomeno dei dance festival.
Autore
Pubblicazione
Alto - freepress magazine

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